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Sardegna

I Nuraghi: fortezze o templi?


La reale funzione del simbolo più caratterististico della Sardegna, il nuraghe, è, da circa cinquecento anni, al centro di dispute tra studiosi. La mancanza di fonti scritte ha reso difficoltosa l’indagine su questo manufatto, presente nella storia della Sardegna per un lungo arco di tempo (dal 1600 a.C. al IV secolo a.C. circa) ed unico, nel suo genere, in Europa. Il primo a trattarne fu Giovanni Francesco Fara nel XVI secolo che li riteneva tombe monumentali o torri. Nel corso dei secoli, poi, sono stati considerati alternativamente case o ovili, case di giganti, tombe o luoghi sacri. Nel XX secolo si rafforza, ad opera di studiosi come Antonio Taramelli e Filippo Nissardi l’ipotesi della funzione militare. Ai nostri giorni Giovanni Lilliu riprende l’interpretazione militarista del Taramelli, ma, ultimamente, grazie soprattutto agli studi di Massimo Pittau, linguista dell’Università di Sassari, si ipotizza la funzione magico-sacrale di queste costruzioni, interpretate, quindi, come tombe-santuario o esclusivamente templi.

Nuraghe Santa Barbara - Macomer (NU)
Nuraghe Santa Barbara – Macomer (NU)

La presenza sul territorio sardo dei nuraghi è tale (oltre 7.000) per cui sostenere l’una o l’altra tesi, diviene di importanza fondamentale per meglio comprendere la civiltà nuragica nel suo insieme.

L’attenzione di coloro che sostengono l’ipotesi militarista, si è prevalentemente concentrata sui così detti “complessi nuragici”, insiemi di più corpi, in numero variabile, che, proprio per la loro complessità strutturale e per la loro mole massiccia, hanno fatto pensare appunto a fortificazioni.

Uno dei massimi sostenitori dell’utilizzo militare dei nuraghi è il già citato Giovanni Lilliu.

Tra gli elementi a favore della sua tesi, quello sicuramente più evidente è la struttura architettonica. Le massicce mura avevano, a suo parere, lo scopo di resistere all’urto dei krioforoi, arieti di sfondamento spesso usati dai Cartaginesi nelle battaglie contro i Sardi1 (anche se ciò poteva essere valido per i nuraghi più recenti, ma non certo per i più antichi, presenti sul territorio già dal XIV secolo a.C.).

Proprio la tecnica costruttiva dei nuraghi ha reso possibilisti alcuni autori, pur se dichiaratamente sostenitori della tesi militarista, sul loro significato religioso, anche se di carattere secondario rispetto all’uso bellico. Nella costruzione, infatti, alla tecnica “ciclopica” si affianca quella “isodoma” “in cui le pietre,e in specie la faccia esterna, sono portate ad estremo finimento”2. La tecnica ciclopica interessa soprattutto l’architettura militare, mentre l’isodoma è più pertinente a quella religiosa (da sempre la costruzione sacra comporta un maggior dispendio di energie rispetto a quella civile o militare). Ciò nonostante si è anche voluto vedere in questa monumentalità più accurata anche solo una semplice ragione tecnica. I conci lavorati sono infatti più leggeri e di più agevole trasporto per la loro posa in opera che poteva avvenire anche a venti metri di altezza (a volte solo la parte superiore dei nuraghi veniva realizzata con tecnica isodoma).

L’altezza delle torri nuragiche permetteva di usarle come torri di avvistamento essendo, sempre secondo Lilliu, dislocate in posizioni strategiche, in collegamento visivo l’una con l’altra e, spesso, su alture; ma potevano costituire anche una sorta di “limes”, formato da fortini dove stanziavano, in modo permanente, piccoli contingenti di soldati che servivano da copertura durante gli assedi dei nuraghi complessi3.

Della stessa opinione è E. Contu, per il quale le torri isolate avrebbero costitutito avamposti o vedette, mentre i complessi più articolati sarebbero stati delle vere e proprie fortezze4. Sempre secondo Contu, la difesa del nuraghe veniva attuata non con tiri lunghissimi, che le armi del tempo non avrebbero consentito, ma con rapide sortite dai fortilizi e altrettanto rapide ritirate. Ciò aveva lo scopo di sfiancare il nemico e rendere difficile ogni sua azione5. All’interno dei nuraghi sarebbero stati, inoltre, presenti elementi di carattere tipicamente militare come feritoie o garitte di guardia (a proposito di queste ultime, Lilliu sostiene che la loro posizione, alla destra di chi entra, fosse motivata dal fatto di poter colpire il nemico sul fianco non protetto dallo scudo)6. Il Contu fa notare, però – argomento ripreso diffusamente, come vedremo, da Pittau – che le feritoie si aprono raramente nel mastio, molto più comunemente nelle torri, nei corridoi e nell’antemurale e, soprattutto, la loro forma, più larga verso l’interno, e lo spessore dei muri, rendevano improbabile il poterle utilizzare per tirar di freccia. Lo studioso non nega, comunque, l’uso “bellico” di queste aperture che potevano essere atte a contrastare, con un congegno a noi sconosciuto, l’assalto nemico (ad esempio per allontanare o rovesciare le scale degli assalitori)7.

I complessi nuragici architettonicamente più articolati (come ad esempio quello di Barumini), ritenuti regge o castelli fortificati, dimostrano loro funzione, anche abitativa, attraverso alcune costanti: le quote altimetriche fra i 200 ed i 700 metri, quote ancor oggi preferite per l’abitabilità; la relazione esistente tra i siti e le zone di produttività di vario genere (pascoli, coltivazioni di cereali ed estrazione mineraria) e la vicinanza dell’acqua.

A Barumini si presume operasse una guarnigione di 200/300 uomini, armati di archi, lance, spade e fionde. Il complesso nuragico si ritiene servisse da rifugio per la popolazione ed il bestiame durante gli assalti nemici (funzione simile a quella dei castelli medioevali). L’acqua potabile la si attingeva da pozzi scavati entro le mura8. A questa tesi si oppone, pur rimanendo un sostenitore della funzione militare dei nuraghi, E.Contu, il quale evidenzia come il sistema “difensivo” delle mura circondasse sostanzialmente il nuraghe centrale, ma escludesse tutto o gran parte del villaggio e, con esso, il numeroso bestiame, fonte primaria di sostentamento per le popolazioni nuragiche9.

I nuraghi
Nuraghe Palmavera (Alghero)

 

Secondo M.Pittau ciò si dovrebbe escludere in tempo di guerra poiché “in tale circostanza la sentinella sarebbe stata assai più funzionale sulla terrazza del nuraghe […]tanto più che la porta della presunta fortezza nuragica sarebbe risultata chiusa, per cui non avrebbe avuto alcun senso la presenza di una sentinella dietro ad una porta sbarrata”. […] La differenza tra le nicchie sistemate nella camera centrale del nuraghe e la nicchia dell’ingresso poteva essere questa: le nicchie della camera centrale avranno contenuto i simulacri delle divinità più importanti […] mentre la nicchia dell’ingresso avrà contenuto il simulacro della divinità adorata dalla singola tribù o dal gruppo familiare”.

Un altro elemento che ha fatto propendere molti studiosi verso la tesi “militarista”, è stato il ritrovamento all’interno dei siti nuragici, di bronzetti raffiguranti guerrieri, dai quali è stato possibile stabilire quali fossero le armi più usate in epoca nuragica: sicuramente l’arco, seguito dalla spada larga e la fionda. Certo le armi trovate nell’area dei nuraghi non sono molte, “ma non se ne rinvennero di più intorno alle mura di Troia, di Micene o di Tirino, eppure nessuno oserebbe dubitare della loro funzione militare”10.

Si riscontra, comunque, al di là delle varie interpretazioni, una sostanziale concordanza tra gli studiosi sul fatto che, sicuramente, la civiltà nuragica non possedeva una coscienza unitaria ed un’organizzazione a livello di città o, tanto meno, di nazione. Ciò porta a supporre che, se esisteva un sistema difensivo basato su una rete di nuraghi, non si trattasse di un’unitaria difesa verso popoli invasori (cosa che avrebbe richiesto un’organizzazione su scala nazionale, dal momento che i nuraghi sono dislocati su tutto il territorio sardo); quanto piuttosto della difesa di luoghi o zone particolari (fonti, pascoli…) . Questo scopo renderebbe ancor più difficile, secondo gli oppositori della teoria militarista, comprendere un tale dispendio di energie per la difesa, in pratica, di interessi di clan o piccoli gruppi:

“L’architettura nuragica, nel suo insieme[…]richiese un tale sforzo, per le energie che assorbiva, che potrebbe essere stata una delle cause della scomparsa di questa civiltà, quanto il diretto contatto con altre civiltà del Mediterraneo (quella fenicio-punica in particolare), poiché venne a turbare l’equilibrio economico e sociale di cui era il frutto”11
Proprio l’assoluta mancanza, sostenuta da tutti gli studiosi, di un potere accentratore in epoca nuragica e, di conseguenza, l’impossibilità della creazione di una rete di difesa nazionale, è uno degli argomenti di cui si avvale M.Pittau per dimostrare la sua teoria sulla funzione dei nuraghi12.

Nella sua ricerca evidenzia ciò che è stato, a suo parere, un errore basilare fatto da molti di coloro che si sono occupati dell’argomento: l’aver approfondito lo studio dei circa duecento nuraghi complessi, trascurando di esaminare attentamente i circa settemila nuraghi semplici, stabilendo, per i primi, come abbiamo visto, la funzione di fortezze e traendone la conseguenza che anche i secondi dovevano avere un utilizzo di carattere militare, fosse anche solo di avvistamento o di copertura.

Partendo dall’esame di quelli numericamente più numerosi, i nuraghi semplici, considerati militarmente “strategici” in virtù della loro ubicazione, occorre sottolineare come, in realtà, tale ubicazione sia indifferentemente tanto nelle pianure (numerosissimi) quanto sulle alture.

Questo elemento farebbe decadere la funzione di torre di avvistamento, mentre si spiegherebbe benissimo nella prospettiva di una destinazione religiosa. Nel caso di nuraghi costruiti su alture, ciò “si può spiegare con la considerazione che in tutte le epoche e in tutti i luoghi in cui era possibile, i templi e gli edifici sacri in genere sono stati costruiti in posizione elevata”13; sia per rendere omaggio agli dei, sia per richiamare l’attenzione dei fedeli.

Ma anche nel caso di un’ubicazione in zone pianeggianti, la tesi dell’uso sacrale può dare una buona spiegazione. Laddove non si fosse in presenza di rilievi, occorre considerare che comunque i templi, da sempre, sono stati costruiti “là dove le popolazioni di fatto sono vissute e quindi anche nelle pianure e nelle valli”14. La distribuzione geografica, quindi, così diversificata, se non è stata determinata da necessità strategiche, è, molto probabilmente, dovuta alla maggiore o minore densità della popolazione in rapporto alla ricchezza agricola e mineraria della zona.

Anche la presenza delle presunte “feritoie” è stata argomento di discussione da parte di coloro che sostengono la funzione sacrale dei nuraghi. Pittau osserva come queste aperture non siano presenti, in realtà, nei nuraghi propriamente detti, ma in corpi circolari annessi ad alcuni nuraghi complessi (es. Losa, Palmavera, Su Nuraxi di Barumini…). Spesso questi edifici non sono in diretta comunicazione con il nuraghe centrale e le aperture sono, di frequente, disposte a raggiera tutto intorno all’edificio15. Questi due elementi fanno sì che riesca difficile classificarle come “feritoie”, nel senso usuale del termine; in primo luogo non si spiegherebbe perché edifici muniti di feritoie non siano comunicanti tra loro o con il corpo centrale; la disposizione a raggiera, poi, avrebbe fatto in modo che l’angolo di tiro provocasse anche l’abbattimento del muro esterno del nuraghe propriamente detto.

La strombatura allargata verso l’interno, oltre a diminuire l’angolo visivo, “avrebbe reso molto più vulnerabili i difensori chiusi nell’edificio”16.

Come già menzionato, l’arco, la fionda e la spada erano le armi maggiormente usate dai nuragici. Ma quale di queste poteva avere una qualche efficacia attraverso tali aperture? Escludendo sicuramente le ultime due, rimane l’arco, il cui utilizzo era, però, reso impossibile dalla forma lunga e stretta delle presunte “feritoie”. Queste armi (almeno la fionda e l’arco) potevano essere utilizzate dai soldati che si fossero posizionati sulla copertura superiore del nuraghe, ma per farlo occorreva esporsi ai tiri nemici, rendendo vana la stessa funzione difensiva dell’edificio.

Secondo Pittau l’evidenza della sua tesi è sottolineata dal fatto che “se fosse vero che i nuraghi erano fortezze e che le aperture in questione erano feritoie, allora tutti i settemila nuraghi le avrebbero avute, cosa, invece, totalmente contraddetta dalla realtà dei fatti: nessun nuraghe vero e proprio ha le feritoie”17.

Ma, escludendone l’uso militare, qual’era, allora, la loro funzione?
Per i sostenitori dell’utilizzo religioso dei nuraghi, questi erano forni fusori per la fabbricazione dei bronzetti votivi (trovati in quantità notevoli nei complessi nuragici). Il Taramelli stesso ne ammette l’esistenza e definisce tali aperture come “bocche d’accensione”18.

Ciò spiegherebbe anche perché questi edifici fossero isolati dal vero e proprio corpo nuragico e non aperti al pubblico, in quanto pericolosi durante l’accensione del fuoco. Inoltre si giustificherebbero, così, anche le pareti verticali e non aggettanti come nel nuraghe centrale, poiché queste fornaci avrebbero previsto un’apertura superiore per lo sfiato del fumo o il tiraggio dell’aria.

Lo spazio interno molto ridotto, è un altro indizio a favore dell’ipotesi non militarista.

Lo scarso numero di soldati che avrebbero potuto trovare posto all’interno del nuraghe (al massimo 15 0 20 uomini) è giustificato dai militaristi con le spiegazioni già menzionate ( utilizzo per rapide sortite o avamposti d’avvistamento); a queste ribattono, però, i sostenitori della tesi opposta affermando che si sarebbero mossi con estrema difficoltà a causa degli spazi angusti e la prolungata permanenza all’interno sarebbe stata pressocchè irrealizzabile per la quasi totale oscurità degli ambienti e per l’impossibilità di tenervi accesi fuochi per lungo tempo poiché gli ambienti erano privi di sistemi di fuoriuscita dell’aria.

Alla luce di queste informazioni, la tesi che sostiene l’uso religioso delle costruzioni nuragiche si mostra, nel complesso, la più attendibile.

Ma, se i nuraghi erano luoghi sacri, quali riti vi venivano praticati e quali simbologie erano in essi rappresentate?

Ne parliamo nel prossimo articolo  Labirinti iniziatici, erori divinizzati e altri riti della Sardegna Nuragica

 

BIBLIOGRAFIA
Giovanni Lilliu, La civiltà dei Sardi, dal neolitico all’età dei nuraghi , ERI ed., Torino 1980 Massimo Pittau, La Sardegna nuragica, Dessì editrice, Sassari 1980
A.A.V.V., Ichnussa, la Sardegna dalle origini all’età classica, Garzanti-Schiwiller, 1985 Giovanni Antonio Mura, La tanca fiorita, Illissa edizioni, Nuoro 2004

1 G.Lilliu, La cilità dei Sardi, ERI ed., Torino 1980, p. 292
2 E.Contu, in Ichnussa, La Sardegna dalle origini all’età classica, A.A.V.V., Garzanti-Scheiweller, 1985, p. 6 3 G.Lilliu, op.cit., p. 292
4 E.Contu, op.cit., p. 80
5 E.Contu, op.cit., p.80
6 M.Pittau, op.cit., pp. 59-61
7 E.Contu, op.cit., p.78
8 G.Lilliu, op.cit., pp. 290-292
9 E.Contu, op.cit., p.80
10 E.Contu, op.cit., p.79
11 E.Contu, op.cit., p.169
12 M.Pittau, La Sardegna nuragica, Edizioni Della Torre, Cagliari 2006, p. 82
13 M.Pittau, op.cit., p. 40
14 M.Pittau, op.cit., p. 40
15 M.Pittau, op.cit., p. 42
16 M.Pittau, op.cit., p. 43
17 M.Pittau, op.cit., p. 46
18 A.Taramelli, L’officina fusoria di Ortu Commidu, in “Monumenti Antichi”, XXV, 1918, p. 107 e segg.
19 Simplicio, In Aristot. Phys., IV, 11, p.218b 21 (Diels, Commentaria in Aristotelem greca, IX, 707)

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