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Sardegna

Eroi divinizzati e altri riti della Sardegna Nuragica


Oggetto di grandi dispute tra gli studiosi, la reale funzione del simbolo più caratterististico della Sardegna, il nuraghe è ancora un mistero aperto (ne parlo qui), a cavallo tra fortezza o luogo sacro.

Ma, se i nuraghi erano luoghi sacri, quali riti vi venivano praticati e quali simbologie erano in essi rappresentate?

Coloro che sostengono questa tesi ritengono che i nuraghi fossero legati a riti funerari – pur non essendo, se non forse nella fase iniziale, delle vere e proprie tombe – volti a glorificare eroi divinizzati. In epoca prenuragica, infatti, le tombe erano ricavate nelle così dette domos de janas, scavate nella roccia e, spesso, articolate in vari ambienti comunicanti tra loro; mentre, in epoca nuragica, erano le tombe dei giganti, o gigantinos, lunghe camere funerarie precedute da un’esedra, al centro della quale si trovava una lastra di forma semiogivale in cui si apriva un piccolo varco rappresentante il passaggio per il mondo dei defunti. Queste ultime erano adottate per sepolture collettive.

Il culto nella Sardegna nuragica degli eroi divinizzati ci è tramandato anche da autori come Simplicio, commentatore di Aristotele, secondo il quale “in Sardegna questi eroi conservano i corpi incorrotti ed integri presentando le sembianze di dormienti”19.

Gli eroi dormienti appartengono alle leggende di molte culture, ma se si vuole conferire valore materiale a quanto tramandato da Simplicio, si può supporre che i corpi fossero mummificati o imbalsamati ed esposti in luoghi protetti in modo, però, da essere visibili ai fedeli.

Anche G.L illiu riconosce nelle “tombe dei giganti” le sepolture degli eroi: “L’immagine di eroi dormienti (si noti la pluralità del numero, indicata dalle fonti) era evocata dal carattere delle tombe, a deposizione collettiva,con numerosi defunti. In ogni sepoltura megalitica dormiva una piccola comunità, un piccolo popolo…”20. Il rito dell’incubazione (di cui parleremo in seguito) secondo questa teoria, si sarebbe quindi svolto nell’esedra dei “gigantinos”.

Ma, per gli studiosi che si oppongono a questa tesi, le “domos de janas” e le “tombe dei giganti” sono strutturate in modo da non rendere possibile l’incubazione. Le seconde, poi, come già visto, è accertato fossero tombe collettive utilizzate per le comuni sepolture e non per uomini destinati ad essere venerati come divinità. A questo punto, secondo la tesi “religiosa”, non resta che localizzare queste tombe-santuario all’interno dei nuraghi che, non solo presentavano le caratteristiche di monumentalità tipiche di un luogo sacro, ma possedevano aspetti strutturali che li rendevano idonei a tale uso.

Nuraghe Losa - Abbasanta (OR)
Nuraghe Losa – Abbasanta (OR)

Nei nuraghi complessi sono infatti presenti nicchie di grandi dimensioni che gli autori militaristi hanno interpretato come giacigli ma “è del tutto evidente che si tratta di veri e propri loculi entro i quali sta perfettamente un cadavere immobile mentre non sta un uomo vivente che si muova o anche che dorma”21.

In quest’ottica i bronzetti raffiguranti guerrieri potevano rappresentare ex-voto offerti all’eroe o agli eroi venerati all’interno del nuraghe e la presenza, molto frequente, di nicchie di dimensioni più piccole, indicavano la devozione a divinità minori rispetto a quella principale, i cui simulacri erano contenuti, appunto, in questi loculi22. Si noti che nicchie in numero variabile da uno a quattro sono presenti in quasi tutti i nuraghi semplici.

Tutto ciò assume un particolare significato, per gli studiosi che sostengono l’ipotesi del nuraghe- santuario, in quanto evidenzia il sincretismo tra la religione nuragica e quelle successive, specialmente con la religione cristiana.

Anche nelle chiese cristiane, infatti, vengono, a volte, venerati i corpi imbalsamati dei santi a cui sono dedicate e, accanto alla statua o al corpo del santo principale, si trovano, in nicchie laterali, i simulacri di altri santi.

La continuità tra la religione nuragica e quelle posteriori è dimostrata anche dal fatto che “in prossimità di quasi tutti i nuraghi si trovano ancora resti non solo delle domos de janas e dei gigantinos, ma anche di tombe dell’epoca cartaginese, romana e perfino cristiana”23.

A sostegno della sacralità dei nuraghi è stato messo in evidenza anche l’atteggiamento assunto dagli stessi Romani che, seppur conquistatori del mondo nuragico, non osarono mai distruggerli (come avrebbero probabilmente fatto se si fosse trattato di postazioni militari), dimostrando di rispettarne la funzione.

Labirinti iniziatici?

Seguiamo l’ipotesi dell’uso religioso, per formulare alcune osservazioni sulla simbolica del nuraghe.

I rituali e le simbologie della religione nuragica venivano rappresentati, secondo la teoria dell’utilizzo cultuale, all’interno ed all’esterno dei nuraghi.

È ipotizzabile che, all’interno dei recinti sacri, si svolgessero riti di morte-rinascita.

È quasi certo che, nella Sardegna nuragica, esistesse il rito dell’incubazione, che consisteva nel dormire presso un luogo sacro, in attesa di sogni rivelatori. Ne parla per primo Aristotele, commentando l’usanza dei Sardi di “dormire presso gli eroi”, e Filipono, suo commentatore, aggiunge che ciò avveniva anche per cinque giorni (probabilmente con un processo di sonno artificiale, indotto con narcotici)24.

Si spiegherebbero, così, anche le capanne che circondano i complessi nuragici e i piccoli locali, presenti in molti nuraghi semplici. Si può supporre che in esse si cadesse in un sonno che simboleggiava la morte (ciò richiamerebbe il significato originale del nuraghe come “tomba”); il sogno, o i sogni, che si facevano durante questo simbolico percorso di morte, costituivano un passaggio che portava, al risveglio, ad una nuova consapevolezza, ad una rinascita. Il punto di arrivo di questo percorso poteva essere, per i complessi nuragici, il nuraghe principale, mentre, per i nuraghi semplici, la stanza centrale. E’ qui, infatti, che un oracolo interpretava il sogno.

Il rito dell’incubazione si svolgeva, generalmente, attorno al nuraghe, nelle capanne e, raramente, anche dentro; mentre il rito dell’oracolo si svolgeva sempre dentro al nuraghe, col responso interpretativo che il sacerdote o, la sacerdotessa, davano circa il sogno avuto durante l’incubazione”25. Ciò spiegherebbe anche la presenza delle numerose capanne all’esterno del recinto sacro (es. nuraghe Palmavera) che, proprio per la loro dislocazione, non avrebbero potuto costituire una difesa per la popolazione.

È probabile che, in questi locali, detti cumbissias, avvenisse questa sorte di “morte simbolica”.

Tra l’altro Pittau osserva come il vocabolo protosardo cumbissias sia corradicale con il latino incubatio26.

Questi locali circolari, di dimensioni maggiori rispetto ai presunti forni per la fabbricazione dei bronzetti, erano anch’essi dotati di aperture a raggiera che, in questo caso, non erano altro che prese di luce ed aria.

L’usanza di dormire, durante le festività religiose, presso i santuari, è continuata fino a tempi recenti. Ne fa menzione, nel suo romanzo La tanca fiorita, G.A.Mura :”…la moltitudine, che aveva passato la notte presso il Santuario…”27

Altri locali circolari venivano probabilmente utilizzati per diversi rituali. Vi si trovava un sedile in pietra che correva attorno alla parete, sul quale presumibilmente si disponevano i fedeli che partecipavano al rito. Al centro di questi locali erano poste vasche in pietra (per abluzioni rituali?) altari (a volte a forma di nuraghe) o focolari. L’accuratezza della lavorazione di tutti questi manufatti ne rendeva improbabile qualsiasi funzionalità pratica.

Il rito dell’incubazione, in quanto percorso di “rinascita”, può essere assimilato ad uno dei significati simbolici del labirinto. Si tratta, infatti, di un cammino (la morte-sonno e la rinascita- risveglio) che porta al raggiungimento di un “centro” rappresentato dal responso oracolare. Anche fisicamente questo percorso si evidenzia nella fase morte-rinascita in un tracciato di aspetto decisamente labirintico (avviene infatti negli edifici che circondano il nuraghe centrale la cui struttura, in pianta, ricorda le spire di un labirinto). L’oracolo dà poi il suo responso nel “centro” costituito dalla stanza circolare del nuraghe.

Il labirinto è un simbolo fortemente presente nella storia dell’uomo tanto da rientrare, a pieno titolo, nella sfera dell’archetipo.

La rappresentazione del labirinto è, d’altra parte, molto diffusa nella civiltà prenuragica e nuragica: dalle domos de janas (dove è stato ritrovato, inciso nella roccia, un labirinto di tipo cretese), ai reperti fittili di epoca nuragica, fino alla struttura stessa di molti complessi nuragici.

La religione nuragica mostra molti punti in comune con la mitologia cretese, il che fa pensare ad un contatto tra le due civiltà.

Il simbolismo tauromorfo è presente in quasi tutti i manufatti nuragici, dalla pianta a forma di protome bovina dei “gigantinos” e di alcuni nuraghi, fino alla produzione fittile (spesso decorata con disegni spiriformi) ed ai bronzetti (oltre ai soldati dotati di elmi con corna, significativo è il bronzetto di Nule che rappresenta un essere mezzo uomo, con la testa fornita di corna, e mezzo bestia28).

Il toro, per la religione nuragica (così come presso molte popolazioni antiche) è simboleggiato dal Sole e l’immagine del sole radiante è spesso presente nelle decorazioni anche di epoca prenuragica.

Il simbolo solare, sotto forma di rosone, è tuttora ampiamente utilizzato nelle tipiche decorazioni sarde e la pintadera, una sorta di rosone fatto di terracotta che veniva utilizzato per decorare pani sacri in epoca antica è, oggi, assunto come simbolo della Sardegna nuragica. Anche le maschere, tuttora usate in Barbagia durante il carnevale, hanno le corna (ad Ottana vengono chiamate boves) e, sulla fronte, hanno, spesso, inciso il rosone solare29.

Pintadera

 

Accanto al culto del Sole-Toro è attestata la presenza, in epoca nuragica, di quello della Luna- Vacca che rappresenta il completamento del ciclo giorno-notte e morte-rinascita (nella simbologia sacrale il Sole-Toro rappresenta il dio dei vivi, mentre la Luna-Vacca la dea dei morti).

Secondo Pittau il sole radiante, simbolo di resurrezione “ci offre la possibilità di scoprire il significato religioso dei molluschi marini, che entravano a far parte dei pasti rituali dei Nuragici e anche dei Prenuragici: la valva dei molluschi, con la sua forma semicircolare e con le nervature che partono dal centro a raggera, rappresentava, per l’appunto, il sole radiante, come lo si vede nel mare quando tramonta e quando sorge, simbolo della morte e anche della resurrezione30.

Le valve di molluschi di differente tipo sono state ritrovate in molti nuraghi (Palmavera, Santa Vittoria di Serri, Nuraxi di Barumini), perfino nel centro della Sardegna, a parecchi chilometri dal mare, nel nuraghe di Abini di Teti31.

Secondo Pittau anche i numerosi sassi arrotondati, del diametro di 5/15 cm, ritrovati in molti nuraghi, simboleggiano il Sole e la Luna. Questi sassi sono, invece, interpretati dagli archeologi che sposano la tesi “militarista”, come proiettili per catapulte di calibro minimo, tesi a cui si oppone Pittau, in quanto, se così fosse, non ci sarebbe stata alcuna necessità di procedere ad un “accurato arrotondamento”.

La raffigurazione della Luna come protome bovina è probabilmente dovuta ai suoi aspetti di luna crescente e calante, da qui l’accostamento luna-vacca.

E’ molto probabile anche un legame con la religione egizia, più precisamente con la dea Iside, divinità identificata con la luna e rappresentata recante sul capo corna o una mezzaluna. Questo legame è confermato anche dal rinvenimento, presso siti nuragici, di navicelle funerarie, molto simili a quelle egizie, che dovevano servire ai defunti per affrontare il viaggio nell’oltretomba. Questo viaggio comporta una rinascita verso la luce, simboleggiata dal Sole.

Torna, quindi, il concetto di morte-rinascita, elemento fondate della simbolica del percorso labirintico.

Nel labirinto è decisivo il rapporto con lo spazio: lo spazio interno, isolato rispetto all’esterno, e la presenza di un solo piccolo ingresso. Colui che intraprende il percorso entra in uno spazio sacro, insolito, che è tra l’uomo e il divino, all’interno del quale muterà la propria condizione.

Se si considera il nuraghe come un santuario, sede di riti d’incubazione, non è difficile concepire i suoi spazi come spazi sacri, dove il fedele, isolato dal mondo esterno dai possenti muri che delimitano gli edifici circolari che circondano il nuraghe centrale, vive la propria esperienza di rinascita. Il fatto che le capanne fossero quasi sempre all’esterno del recinto sacro, può significare, simbolicamente, l’esigenza dell’affrontare ostacoli e difficoltà per raggiungere la conoscenza.

Ciò è tipico dei riti iniziatici, e, se morte e rinascita le collochiamo su un piano simbolico- metaforico, il labirinto diventa la perfetta materializzazione del rito di iniziazione.

Questa potrebbe essere una delle giustificazioni delle forme labirintiche rintracciabili nelle strutture nuragiche.

BIBLIOGRAFIA
Giovanni Lilliu, La civiltà dei Sardi, dal neolitico all’età dei nuraghi , ERI ed., Torino 1980 Massimo Pittau, La Sardegna nuragica, Dessì editrice, Sassari 1980
A.A.V.V., Ichnussa, la Sardegna dalle origini all’età classica, Garzanti-Schiwiller, 1985 Giovanni Antonio Mura, La tanca fiorita, Illissa edizioni, Nuoro 2004

20 G.Lilliu, op.cit., p. 338
21 M.Pittau, op.cit., p. 132
22 Chi scrive, dopo una serie di sopralluoghi presso complessi nuragici, ritiene perfettamente plausibile la tesi del Prof. Pittau riguardo i “nicchioni” il cui utilizzo da parte di uomini “viventi” sarebbe oggettivamente impossibile.
23 M.Pittau, op.cit., p. 145
24 Aristoteles, Physica, IV, 11, 1; Philiponus, in Aristot. Phys., IV, 11, p.218b
25 M.Pittau, op.cit., p.170
26 M.Pittau, op.cit., p. 54
27 G.A.Mura, La tanca fiorita, Ilisso edizioni, Nuoro 2004, p. 143
28 G.Lilliu, op.cit., p.344
29 M.Pittau, op.cit., p. 221
30 M.Pittau, op.cit., pp. 222-223 31 M.Pittau, op.cit., p. 175

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